moby dick, herman melville

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Dopo una luuunga “pausa” è il momento di tornare a parlare di libri! 

Uno degli ultimi che ho letto è Moby Dick, romanzo che credo non abbia bisogno di particolari presentazioni: è una di quelle opere che tutti (ma proprio tutti) in qualche modo conoscono (quando ero bambino mio padre me ne raccontava una versione tutta sua, di cui ora però ho solo qualche vaghissimo ricordo). 

Qualche mese fa, “forte” di questi miei ricordi di fanciullo affamato di storie “da grandi”, mi sono avvicinato con (troppo?) entusiasmo a questo classico della letteratura (e chi mi segue da tempo sa bene quanto io adori i classici) ma il risultato è stato… “strano”.

Il principale problema di questo romanzo è che per buona parte non è un romanzo ma un trattato sulla caccia alla balena. C’è davvero tutto sull’argomento: pagine e pagine sulla classificazione dei cetacei e sulle tecniche per cacciarli, lunghe descrizioni degli strumenti utilizzati (un capitolo solo per parlare della lenza…) e diversi dettagli sulle operazioni di macellazione (non mancano poi alcune dritte culinarie e qualche spiegazione più di carattere legale). Non mi stupisco che alla pubblicazione, nel 1851, fu un fiasco colossale: queste pagine le ho trovate di una noia mortale!

In realtà, se si guarda al di là dell’aspetto enciclopedico, il romanzo ha la sue indubbie qualità. Il desiderio di vendetta del capitano Achab, motore di tutto il romanzo, è un orgasmo letterario e la sua folle e ossessiva ricerca della balena bianca è di una bellezza unica.

È evidente quindi che il romanzo ha più livelli di lettura e, banalmente, la mia critica è rivolta solo al livello più superficiale. Se infatti ho apprezzato tantissimo i significati più profondi che si nascondono dietro a Moby Dick (il viaggio verso l’ignoto, la follia e la furia dell’autodistruzione, l’eterna lotta del bene contro il male, ecc.) lo stesso non posso dire delle parti più “enciclopediche”. Forse l’ho letto nel momento sbagliato o forse l’ho letto nel modo sbagliato… Il fatto è che già durante la lettura qualcosa non ha funzionato nel verso giusto, con la mente stavo già sovranalizzando ogni frase e probabilmente per questo motivo non sono riuscito a godere appieno di quest’opera che, lo riconosco, è ricca di bellezza.

Achab, nella sua lucida follia, è un personaggio fantastico. Appare solo a metà libro ma la sua presenza oscura quella di chiunque altro. È al comando di una baleniera, ha dei doveri commerciali, ma il suo scopo non è andare a caccia di balene, lui è interessato solo a Moby Dick, la balena. Il duello con questo mostro degli abissi, un Leviatano di bibliche origini, è l’apoteosi dello scontro tra bene e male e il tragico finale è emotivamente massacrante: per Achab, accecato dalla vendetta, ormai vicina, qualsiasi prezzo è accettabile, anche il sacrificio del proprio equipaggio e di sé stessi.

Leggere Moby Dick mi ha fatto uno strano effetto. Se un libro mi piace (o non mi piace) di solito lo capisco abbastanza in fretta ma questa volta è stato diverso, troppo forte lo stacco tra i momenti “belli” e quelli (a mio parere) “trascurabili” e “inutili”. Un libro sicuramente importante ma anche eccessivamente pesante se non si ha la pazienza di immergersi completamente nel suo oceano di parole.