La leggenda di Sleepy Hollow, Washington Irving 4 gennaio 2016
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La storia di Sleepy Hollow probabilmente è più nota al grande pubblico per il film di Tim Burton con Johnny Depp che per l’originale racconto di Washington Irving

Non che questo sia un problema, sia chiaro, ci sono un sacco di opere di cui il grande pubblico ignora l’origine letteraria (mi vengono in mente le avventure di Arsène Lupin, quanti sanno che sono uscite dalla penna di Maurice Leblanc oltre un secolo fa?) In questo caso però la situazione è un po’ sfuggita di mano e il film ha contribuito in maniera impressionante a ingigantire, nell’immaginario comune, il mito di Sleepy Hollow: le due Sleepy Hollow (quella cinematografica e quella letteraria) infatti sono così diverse (sia come significato che come contenuto) che chi si approccia al racconto incuriosito dal film lo fa con tali aspettative da rimanerne spesso tremendamente deluso.

Questo perché il racconto non è una storia horror e non presenta né l’azione né la tensione presenti invece nella controparte cinematografica. Per la maggior parte del racconto non succede assolutamente nulla.

La maggior parte delle pagine sono infatti occupate da lunghe e particolareggiate descrizioni: il cinguettio degli uccellini, lo scrosciare del ruscello… è come se l’autore passasse con una lente d’ingrandimento sulla valle, soffermandosi di tanto in tanto su qualche particolare che ha attirato la sua attenzione. Si tratta di pagine davvero meravigliose e chiudendo gli occhi sembra realmente di trovarsi là.

L’immagine di Sleepy Hollow però è legata non tanto ai suggestivi paesaggi quanto più alla figura di un misterioso cavaliere senza testa che la notte terrorizza la valle in sella al suo nero destriero. La sua apparizione però si fa attendere ed è solo nelle ultimissime pagine che finalmente il cavaliere fa la sua fugace e misteriosa comparsa.

Chi si aspetta teste che rotolano e lo spargimento di sangue del film però resterà deluso e dovrà accontentarsi di veder rotolare una misera zucca. L’intento di Irving infatti non è di spaventare il lettore (perché non c’è nulla di spaventoso in questo racconto) ma di mostrare come la superstizione e l’ignoranza alimentino esse stesse la paura, creando mostri dove non esistono e trascurando per questo pericoli più reali.

La spiegazione razionale esiste ed è chiara al lettore, purtroppo però sono tempi di superstizione e per gli abitanti di Sleepy Hollow è più facile (comodo?) pensare a una presenza soprannaturale, lasciando così via libera a chi con questo inganno riuscirà ad arricchirsi.

Bello, mi è piaciuto moltissimo. Andrò controcorrente ma a me è piaciuto anche più del film. Il racconto ha un significato ben preciso che viene completamente stravolto dal grande schermo: là dove Irving propone un approccio razionale a fatti apparentemente inspiegabili, Tim Burton dà a essi una concretezza che stride con l’opera originale.

Lo consiglio, a patto però di non lasciarsi condizionare dalla versione cinematografica.

Pubblicato da Alessandro

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