Flatlandia: racconto fantastico a più dimensioni, Edwin A. Abbott 26 dicembre 2015
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Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio. 

Flatlandia è un romanzo satirico/distopico sull’Inghilterra vittoriana e le sue convenzioni sociali ma, nonostante sia stato scritto oltre un secolo fa, molte delle sue allegorie sono ancor oggi estremamente attuali. Oltre a questo è anche un interessantissimo trattato di filosofia della scienza, argomento non banale ma perfettamente inserito nel contesto di questo romanzo.

La società descritta in Flatlandia è organizzata secondo un rigido schema gerarchico in cui la casta di appartenza di ciascuno è stabilita alla nascita dal numero di lati posseduti e, soprattutto, dall’ampiezza degli angoli interni: la popolazione infatti è formata da figure geometriche e angoli più ampi sono associati a una maggior intelligenza. Avere tanti lati e angoli molto ampi significa quindi più prestigio, scuole migliori e un peso maggiore in società.

Si parte da semplici soldati, triangoli isosceli dall’angolo molto aguzzo per arrivare ai preti, esseri quasi circolari dotati di un numero spropositato di lati. In mezzo a questi due estremi ci sono la borghesia e l’aristocrazia nelle loro infinite sfumature.

Non è esclusa la possibilità di una (lentissima) scalata sociale ma questa è studiata in modo da non andare a intaccare le fondamenta stesse della società. La mobilità tra caste quindi è una grande illusione collettiva usata per tenere buone le classi inferiori.

Un discorso a parte va fatto per le donne: esse sono delle semplici linee e, avendo un unico lato, sono relegate al livello più basso possibile della piramide sociale, al di sotto persino degli isosceli. Quella di Flatlandia infatti è una società fondamentalmente maschilista in cui la donna è considerata una macchina sforna bambini e poco di più, perfetta incarnazione della mentalità dell’epoca (questa però non è un’esclusiva vittoriana: purtroppo nel 2015 c’è ancora gente che la pensa così…)

La voce narrante è quella di un quadrato eretico, imprigionato per aver osato divulgare informazioni sulla presenza di una terza dimensione. Questa in particolare secondo me è la parte più interessante del romanzo, un vero e proprio trattato di scienza e filosofia: se ricordo bene quel che mi disse il professore che me lo consigliò, ormai dieci anni fa, lo stesso Albert Einsten parlò di questo libro come “profetico” su certi aspetti della sua teoria della relatività. Si parla di dimensioni e di concezione dell’universo ma soprattutto dei limiti del pensiero umano (indotti spesso dall’ottusità dei soggetti). Gli abitanti di Flatlandia non sanno dell’esistenza di una dimensione oltre le due che già conoscono ma non si pongono nemmeno il problema: il solo pensare a qualcosa che si alzi dal piano è inconcepibile e non c’è interesse a capire. Il significato stesso della parola “altezza” è completamente sconosciuto.

Il protagonista ha il privilegio di assistere a un fatto eccezionale: la visita di un oggetto proveniente dalla terza dimensione, una sfera, evento questo che capita una volta ogni mille anni. Inizialmente accolta con incredulità e ostilità dal quadrato, la sfera si rivela per lui una fonte di conoscenza enorme. Da essa il quadrato assimila sapere a non finire ma non gli basta e si spinge oltre: tramite analogie azzarda l’esistenza di nuove dimensioni oltre la terza, infinite altre dimensioni che aspettano solo di essere comprese. Ma ecco che il suo maestro lo zittisce, affermando che non esiste nulla oltre le tre dimensioni. La situazione ora si capovolge e il significato allegorico è evidente. Ironico non è vero?

Il finale è amaro ed è il destino di tutti i grandi pensatori: la pazzia, l’eresia e la condanna. Galileo Galilei docet. È un libricino delizioso che dopo oltre un secolo ha ancora tanto da dire, consigliatissimo!

Pubblicato da Alessandro

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