Quando tutto sarà finito, Audrey Magee 13 settembre 2015
Quando tutto sarà finito, Audrey Magee Acquista online

«Quanto dobbiamo dare alla patria? Prima mio fratello, poi mio marito». «La Germania è più grande di te, Katharina. Più grande di tutti noi presi singolarmente». «Un mostro che sfamiamo con i nostri uomini? È questo, papà, la nostra Germania?»

L’autunno è alle porte, le ferie sono ormai un (non tanto) lontano ricordo ed è ricominciata la routine dell’ufficio: direi che è anche il momento di tornare a parlare di libri, in particolare quelli che ho letto in questo periodo (tantissimi!) 

Ora è il turno di Quando tutto sarà finito dell’irlandese Audrey Magee e purtroppo si tratta della prima vera e propria delusione dell’anno.

Quando tutto sarà finito è ambientato durante la seconda guerra mondiale ed è la storia di Peter Faber, un insegnante spedito sul fronte orientale e Katharina Spinell, giovane berlinese vittima di una famiglia soffocante e oppressiva. Si sposano (a distanza) senza mai essersi mai conosciuti: lui per ottenere una licenza e allontanarsi dal fronte russo per una decina di giorni, lei per la pensione nel caso il marito dovesse morire in guerra. Inaspettatamente (?) i due si innamorano a prima vista e al momento della partenza si promettono una vita migliore insieme quando tutto sarà finito.

Le premesse per un titolo un minimo interessante c’erano ma ben presto le due storie (quella di Peter in Russia e quella di Katharina a Berlino) si fanno monotone. La parte centrale del romanzo infatti è composta da una serie di situazioni ripetute più e più volte, come fatte con lo stampino: la continua ricerca di villaggi da saccheggiare, le lunghe marce tra la neve, i discorsi tra i soldati, ecc. Tutto ciò contribuisce ad aumentare il numero di pagine ma aggiunge poco o niente alla narrazione. Idem per quanto riguarda la vita quotidiana a Berlino, tra code per il cibo e corse ai rifugi durante i bombardamenti alleati.

Le storie di Peter e Katharina proseguono in parallelo, alternandosi quasi dopo ogni capitolo. Come espediente ha senso e mi è piaciuto ma probabilmente qualche approfondimento in più prima di cambiare scena avrebbe giovato al romanzo: il punto di vista cambia troppo frequentemente e a volte non si fa neanche tempo a capire cosa sta succedendo che subito si è catapultati in tutt’altro, magari a migliaia di chilometri di distanza.

I personaggi li ho trovati un po’ stereotipati e a tratti esagerati tant’è che quando parlano sembrano delle macchinette senz’anima. Non c’è caratterizzazione, non c’è approfondimento (se non per frasi fatte e cliché): i personaggi appaiono, recitano la loro parte e si ritirano dalla scena. L’unico personaggio un po’ diverso (e che per tale motivo sono riuscito ad apprezzare) è Katharina: è l’unica persona che pagina dopo pagina cresce e acquisisce consapevolezza del marciume che la circonda (a partire dalla sua famiglia); è l’unica che, davanti a quel massacro che si sta rivelando la campagna di Russia (in particolare dopo Stalingrado), inizia a nutrire forti dubbi riguardo al futuro promesso dalla propaganda nazista.

Peter al contrario è vittima dell’ideologia tant’è che partecipa di buon grado alle spedizioni punitive contro gli ebrei guidate dal dottor Weinart, benefattore della famiglia Spinell. Accecato dalle promesse del dottor Weinart Peter prosegue la sua marcia verso Stalingrado ma anche di fronte all’evidenza della disfatta resta sulle sue idee, senza mai sviluppare un suo senso critico e accettando passivamente qualsiasi baggianata che la propaganda vomiti sui soldati ormai allo stremo.

«Non gliene frega niente se sopravviviamo o no». «A chi?» disse Faber. «Ai coglioni che stanno a Berlino». «Che intendi dire?» «Non gliene frega niente di noi». «Certo che gliene frega». «Siamo carne da cannone, Faber. Proprio come nell’ultima guerra. Non è cambiato nulla». «Non dire stupidaggini. Siamo decisivi ai fini dell’inevitabile vittoria». «Carne da cannone. Nient’altro. In pasto alle armi russe e all’ambizione tedesca».

Al di là di questo la cosa peggiore di questo libro è il finale, veramente frettoloso e superficiale. Dopo trecento pagine non si può liquidare il momento più significativo in questo modo, sinceramente mi sono trovato un po’ preso in giro. Non solo per la fretta con cui si conclude ma per l’assurdità stessa del dialogo finale, veramente terribile e mal scritto.

Con cento pagine fuffa in meno e un finale decente sarebbe stato sicuramente un romanzo interessante ma per quanto mi riguarda è troppo acerbo, non è un libro che consiglierei.

Pubblicato da Alessandro

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