Kitchen, Banana Yoshimoto 12 aprile 2015
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Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.

Primo romanzo di Banana Yoshimoto (よしもと ばなな), Kitchen è anche il mio primo approccio con la letteratura giapponese (e più in generale con la cultura nipponica, manga/anime a parte). 

“Kitchen”, cucina. È un titolo che, tra i millemila libri ammucchiati tra gli scaffali della libreria, risalta per la sua anonimità. Si tratta di un libricino che, complice la scrittura semplice e la mancanza di capitoli, si lascia leggere tutto d’un fiato.

Le scene scorrono veloci, quasi senza pause, come se volessero sfuggire al lettore e vivessero di (breve) vita propria. È stato difficile non leggerlo tutto in una sera (tenendo anche conto che personalmente la mancanza di capitoli mi manda un po’ in crisi e mi spinge a leggere a oltranza…)

Kitchen è un libro che parla di vita e di morte ma soprattutto di solitudine. Mikage, orfana sin da piccola di entrambi i genitori, alla morte dell’adorata nonna (ultima parente che le era rimasta) capisce cosa significhi essere realmente soli. Banana Yoshimoto dipinge magistralmente il disagio della giovane Mikage e tra le pagine traspirano perfettamente il suo senso di abbandono e la sua confusione davanti al futuro incerto. La cucina è il suo modo per distrarsi e andare avanti, soprattutto quando una nuova morte sconvolgerà la sua vita e quella di Yuichi, giovane col quale aveva instaurato una strana amicizia.

Non conoscendo Banana Yoshimoto e avendo comprato il libro praticamente a caso (non ricordo di averne letto la quarta di copertina) devo dire di esserne rimasto molto soddisfatto. È stata una lettura molto diversa dalle mie solite e mi ha lasciato sì un senso di malinconia ma anche la certezza che, nonostante tutto, risollevarsi e andare avanti è possibile.

Fu buttando l’ananas in un angolo del giardino che capii chiaramente, anche se in modo inesplicabile, una cosa. Una cosa che a dirla sembra banale. Capii che io non ero il centro del mondo. La quota di sofferenze nella vita non variava certo in rapporto a me. Non ero io che potevo decidere. Allora, pensai, tanto valeva godersi, per quanto possibile, il resto.

Consigliato!

Pubblicato da Alessandro

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