suite francese, irène némirovsky

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Farà caldo stanotte, pensavano i parigini. Aria di primavera. Notte di guerra, l'allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con i figli al fronte, le donne innamorate con gli occhi inariditi dalle lacrime, udivano il primo gemito della sirena. 

Irène Némirovsky, Suite francese, INCIPIT 

Un anno fa, proprio in questo periodo, stavo leggendo sul Kindle Suite francese. Fu il mio primo libro della Némirovsky, scrittrice di cui all’epoca non sapevo ancora nulla. 

Nelle intenzioni dell’autrice Suite francese doveva essere una lunga sinfonia in cinque movimenti, sulla scia delle grandi composizioni musicali. Purtroppo però si tratta di un’opera incompiuta: nel luglio del 1942 la scrittrice (ebrea convertita al cattolicesimo) viene deportata ad Auschwitz, dove morrà un mese dopo.

Dei cinque movimenti previsti solo i primi due furono completati (Tempête en juin, Dolce) mentre del terzo (Captivité) esiste solo una bozza della trama. Degli ultimi due invece sappiamo solo i titoli provvisori (Batailles e La Paix).

È il 4 giugno 1940. Il giorno precedente Parigi è stata bombardata dai tedeschi per la prima volta dall’inizio della guerra, l’occupazione è questione di pochi giorni (la capitolazione avverrà il 14) e la popolazione si prepara ad abbandonare la città. Qui inizia Tempesta di giugno.

Si tratta di un racconto corale sviluppato seguendo le vicende di varie famiglie provenienti da diverse classi sociali della capitale francese. Si tratta di storie nella storia, un caleidoscopio di situazioni più o meno irrazionali mosse principalmente dalla paura.

Scriveva infatti la Némirovsky:

Da qualche anno tutto quello che si fa in Francia nell'ambito di una certa classe sociale ha un solo movente: la paura. È stata la paura a provocare la guerra, la sconfitta e la pace attuale. Il francese di questa casta non odia nessuno; non nutre gelosia né ambizione delusa, né un vero desiderio di vendetta. Ha una fifa blu.

Irène Némirovsky

La paura guida i personaggi: la paura dell’occupazione, la paura per il figlio al fronte, la paura di perdere le preziose porcellane o il proprio stato sociale, la paura di perdere gli affari e la paura di doversi mescolare al popolo. Ogni personaggio ha le sue priorità, più o meno nobili, che lo guideranno durante l’esodo e che lo spingeranno, in questa situazione di paura collettiva, anche a comportamenti non proprio ortodossi. Mi ha profondamente colpito la vicenda di Philippe Péricand, un prete incaricato di portare in salvo un gruppo di orfani adolescenti: cercando di mantenere l’ordine nel caos della guerra tenta di impedire loro di saccheggiare un castello abbandonato ma viene da questi brutalmente ucciso. La sequenza è agghiacciante e colpisce perché completamente inaspettata. Quello di Philippe è il personaggio a cui mio stavo maggiormente affezionando e la sua orribile fine mi ha veramente scosso.

Uno dopo l’altro i personaggi si mostrano per quello che sono, con pochissime eccezioni. Ipocrisia, superficialità e attaccamento al denaro sono caratteristiche profondamente radicate nella società benestante (già aggredita dalla Irène Némirovsky in David Golder) che neanche la guerra è in grado di eliminare. Emblematico è il caso del vecchio (e ricco) Charlie Langelet: lo stare così vicino alla plebaglia durante l’esodo lo disgusta e le sue uniche preoccupazioni sono rivolte alla sua preziona collezione di porcellane.

In Dolce, secondo movimento, l’azione si sposta a Bussy, un paesino alla periferia di Parigi dove, nonostante la presenza dei tedeschi, la situazione è stranamente tranquilla. C’è chi collabora con gli invasori per mantenere un briciolo del suo stato sociale e chi si oppone all’occupazione ma nessuno ci fa una bella figura. Quello che traspare in questa seconda parte è che i tedeschi, tolta l’uniforme, sono persone come tante altre: ragazzi normali, come i loro coetenei francesi contro cui combattono. È la guerra a trasformarli in macchine di morte.

Lo stile della Némirovsky è semplice e diretto, senza fronzoli e per questo lo adoro. Degna di nota è la sua capacità di raccontare in modo così distaccato i drammatici eventi che stava vivendo in prima persona, tant’è che dopo la lettura spesso mi chiedevo che cosa avrebbe potuto scrivere se fosse sopravvissuta ad Auschwitz.

Pur se incompiuto il libro si legge volenteri. Io ho l’edizione Kindle della Garzanti ma consiglio caldamente l’edizione Adelphi perché include anche lettere e note che la Némirovsky scrisse parallelamente alla stesura del libro. Purtroppo non ero a conoscenza di questa particolarità e sono un po’ pentito della mia scelta. Vedrò comunque di procurarmi il cartaceo Adelphi da aggiungere fisicamente alla mia libreria, Suite francese è uno di quei libri che non può mancare!