A casa del diavolo, Evgenij Zamjatin 2 febbraio 2015
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E lei ha mai pensato alla morte? No, non proprio alla morte, ma a quell’ultimissimo secondo di vita, sottile, sì… come il filo di una ragnatela. L’ultimissimo: manca poco che si stacchi, e poi sarà solo silenzio…

A casa del diavolo è un romanzo breve di Evgenij Zamjatin (Евгений Замятин), autore russo che ho scoperto per caso grazie a Noi, romanzo distopico padre di 1984 e Il mondo nuovo

La vicenda è ambientata in una guarnigione russa di stanza all’estremo confine orientale del paese, sulle rive dell’oceano Pacifico. Un posto lontano da tutto ma soprattutto dimenticato da tutti. A casa del diavolo, appunto, dove noia e malinconia sono la quotidianità.

Appena delineati sono i personaggi, quasi delle caricature di loro stessi. Di loro sappiamo molto poco: qualche dettaglio fisico, qualche vizio e poco altro (il generale e la cucina, la moglie del capitano e i suoi nove figli, ecc.) Complice il frequente saltare da una situazione all’altra aleggia una certa confusione e un po’ di straniamento nel lettore. Avete presente la sensazione che si prova quando si entra in un luogo molto caotico e, non sapendo bene dove andare, ci si lascia trascinare dal flusso della gente? Ecco, una cosa simile! Da questo punto di vista ho trovato il racconto molto appassionante.

È un racconto crudo. Noia e malinconia spingono i soldati a portare alla luce i loro peggiori istinti, alimentati dagli anni di isolamento: dal generale che abusa del suo grado ai soldati che per divertimento uccidono i civili per la strada: ecco l’uomo che ritorna bestia (se mai dalle bestie si è distinto).

Il cerchio infinito di parole insensate, come la loro vita, li aveva stregati; alzata la testa, ulularono e ulularono. Si rattristarono, si ricordarono di qualcosa. Di cosa?

Noi siamo testimoni impotenti di questi orrori, comportamenti entrati ormai nella quotidianità del luogo e largamente accettati. L’unico che pare estraneo a tutto ciò è Andrej Ivanyč, l’ultimo arrivato a casa del diavolo. Ma ben presto anche lui si abbandonerà alla vita nella guarnigione, corrotto dalla “normalità” in cui è immerso.

“Così, così! ma che bravo il nostro Andrej Ivanyč!” si mise a gridare Nečesa con ammirazione. “Lo dicevo, caro mio, bevi, lo dicevo: È proprio uno di noi!”

È stata una piacevole scoperta, Zamjatin è un autore da approfondire e riscoprire anche se purtroppo non è facile da reperire nelle librerie. Imperdibile.

Pubblicato da Alessandro

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