i canti di hyperion, dan simmons

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È il ventottesimo secolo e l’umanità, dopo la distruzione della Terra, si è spinta in tutta la galassia, dando vita all’Egemonia dell’uomo. Questo è stato possibile grazie allo sviluppo del motore Hawking e alla tecnologia dei portali, permettendo a chiunque di spostarsi istantaneamente da un punto all’altro della galassia. Proprio durante lo sviluppo di questa tecnologia avvenne l’incidente che portò alla distruzione della Terra, evento ricordato come il Grande Errore.

Sul periferico pianeta Hyperion la minaccia Ouster è alle porte, le Tombe del tempo stanno per aprirsi e lo Shrike stermina senza pietà chiunque vi si avvicini. In questo contesto sette persone, provenienti da diversi mondi dell’Egemonia, vengono scelte dalla Chiesa Shrike per raggiungere in pellegrinaggio proprio le tombe.

Iniziano così I Canti di Hyperion, saga fantascientifica scritta nell’arco di dieci anni da Dan Simmons e composta da quattro volumi: Hyperion, La caduta di Hyperion, Endymion e Il risveglio di Endymion.

Le oltre 2000 pagine della saga sono densissime di avvenimenti e sono impossibili da riassumere in poche righe. Sarebbe anche inutile: se proprio volete un riassunto c’è la pagina di wikipedia in lingua inglese che è fatta piuttosto bene (oltre che a essere piena di spoiler ovviamente!)

Ciò che più mi ha affascinato però non è tanto la trama in sé ma lo stesso universo creato da Simmons: ricco e complesso, dalle mille sfaccettature. Un universo dinamico, in continua evoluzione e che pagina dopo pagina andiamo a conoscere sempre più in profondità.

Moltissimi i riferimenti letterari, filosofici e storico/religiosi presenti. Il nome Hyperion a esempio è un omaggio all’omonima opera del poeta inglese John Keats e il poeta stesso ha un ruolo importante nella trama (nella forma di un “cibrido” con la sua personalità). Da adoratore di Poe inoltre ho molto apprezzato la presenza di un pianeta chiamato “Nevermore”.

La scrittura non è particolarmente complicata anche se tra sigle e termini “proprietari” si fa un po’ di fatica a capire il significato di tutto, specialmente all’inizio. Non è necessariamente un difetto: questo permette a Simmons di portare avanti il suo universo senza appesantire le pagine con spiegazioni a ogni nuova parola. Al momento giusto tutto sarà spiegato.

I Canti si possono dividere in due parti: la prima racconta del viaggio dei pellegrini verso le Tombe del tempo (primi due volumi) mentre la seconda narra della loro apertura e delle conseguenze che questo comporta. Ovviamente questo è solo il canovaccio, la trama è molto più complessa e particolareggiata ma non voglio fare spoiler, sarebbe davvero un peccato.

Il primo libro è stupendo (lo stile è quello de I racconti di Canterbury di Chaucer) e per quanto mi riguarda è leggibile anche come libro a sé stante. È vero che il finale è mostruosamente aperto ma ha comunque un suo senso. I volumi successivi proseguono e completano la storia ma personalmente li ho trovati leggermente inferiori. Troppo lunghi forse: qualche pagina in meno secondo me avrebbe giovato alla lettura.

Un’altra cosa che ho notato e che mi ha un po’ infastidito è la presenza di qualche deus ex machina di troppo, soprattutto negli ultimi due volumi: a momenti si ha come l’impressione che Simmons stesso avesse qualche difficoltà a sbrogliare la matassa. Inoltre ci sono alcune cose che mi sono sembrate solo abbozzate e sviluppate in modo un po’ banale e approssimativo. Sono cose che fanno storcere un po’ il naso ma che comunque non compromettono la lettura.

Se siete appassionati di fantascienza, I Canti di Hyperion fanno assolutamente per voi. C’è tutto: storia, filosofia, religione, poesia, ecc, il tutto in un universo coerente che altro non è che lo specchio della società moderna.